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Piru curtu o pedi curtu a facci janca



Piru Curtu o Pedi Curtu facci janca

Pirus communis L.

Nella secondo metà di luglio cominciavano a maturare i frutti della varietà Piru curtu o Pedi curtu, denominato in questi due modi diversi, a seconda del paese del circondario di Bianco dove era coltivato. dove fra l’altro erano distinte due sottovarietà: la facci janca che produceva delle pere interamente bianche tendenti al giallino e la facci russa con la parte colpita dal sole soffusa di un tenue rosa.

Tale periodo coincideva con l’inizio della trebbiatura del grano che era l’attività più impegnativa del settore agricolo in quanto essa cominciava con l’aratura in ottobre, seguita dalla semina in novembre, dalla sarchiatura a gennaio, la mietitura a giugno, il trasporto dei manipoli ( gregni) dai covoni ( rote ) nell’aia con gli asini forniti di due specie di culle di legno di castagno ( nache ), dove veniva costituita la bica ( timogna ) ed infine quando il sole aveva ben arroventato i manipoli sparsi uno accanto all’altro sull’aia iniziava la trebbiatura con una coppia di mucche che girava intorno tirandosi dietro. una pesante catena ancorata al centro del giogo, fino a quando le spighe non fossero triturate .

I bambini erano portati per questa specie di festa per loro, in quanto gli adulti li facevano salire sulle pietra che li trainava per tutto il tempo che avessero desiderato.

I padri, quando le mucche venivano sciolte dal giogo perché il grano era pronto per essere spulato da lì a due ore quando cominciava a spirare dal mare il libeccio, andavano a recuperare dei frutti per i loro piccoli, che conoscevano i tempi di maturazione per ogni tipo di frutto, nella vigna o nel giardino mediterraneo, qualora fossero vicini e li aspettavano con ansia.

L’uva speciale da tavola cominciava a maturare in agosto inoltrato, le nespole e le albicocche erano già terminate ,mentre gli agricoltori più diligenti in qualche campo irriguo coltivavano le “ marandelle “ ( nettarine ) bianche , quelle gialle e quelle rosate, assieme alle pesche “ sanguigne” che maturavano al tempo della trebbiatura.

Intanto le madri avevano imbandito su una tovaglia di ginestra poggiata su un’enorme pietra piatta ( praca ) le “ mense “ ossia i pani interamente cavati, dentro cui erano stati riposti peperoni fritti, melenzane, patate , miste a pomodori; in aggiunta erano disponibili patate arrostite sulle braci, tagliate a pezzi e condite abbondantemente, con l’aggiunta di origano triturato e tanto aglio e serviti in un unico grande patto di coccio marrone.

In mezzo troneggiava, solo per gli uomini, il “trumbunello” ossia la fiasca grande di coccio smaltato per il vino, dalla bocca piccolissima ed ingannatrice in quanto chi non avesse soffiato aria dentro, prima di bere, avrebbe succhiato solo qualche stilla di vino. Le donne e i bambini avrebbero bevuto acqua fresca dalla” bumbulella “ di creta cotta , penzolante da un uncino ( croccu) di legno.

I bambini aspettavano con ansia i padri che sarebbero arrivati con qualche frutto nel paniere di canne intrecciate e i genitori erano felici di essere attesi con ansia , anzi era una gratificazione per loro prima d’iniziare la spulatura imminente perché le brezza stava cambiando direzione ed era vicino l’arrivo del libeccio.

Ecco ad un certo punto arrivare i panieri pieni di pere della varietà “ C urti o Pedi curti”, in mezzo ad esse più raramente qualche esemplare di “ Reginelle “ ed addirittura dentro il cappello di paglia una decina di “marandelle” rosa.

Prima d’ iniziare a pranzare i bambini cominciavano a mangiucchiare qualche pera prendendola dal cortissimo peduncolo, da cui la denominazione di Pedi Curtu. Correvano poi ad offrire il torsolo alle mucche che riposavano sotto una quercia, anzi, dato che le mucche erano molto interessate, i bambini facevano la fila ad offrire loro pere intere. Più in là gli asini con cesti di pulegio infilati sotto la “ serretta “ della cavezza attorno al muso per scoraggiare gli assilli ( tafani ) , guardavano interessati e i bambini erano pronti a soddisfare la loro curiosità, provocandoli in parte, perché allungavano e poi ritraevano la mano con la pera prima che fosse concessa finalmente alla bocca dei poveri animali.

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Erano considerate quasi pere di “ sorta “, ossia speciali, degne della mensa dei ricchi, per cui non venivano usate per ricavare le pere secche ( cottìa, cortea, cottea ), ma venivano mangiate solo come frutta, ma erano particolarmente adatte ad essere accompagnate con il pane e il formaggio.

Durante il pranzo i bambini erano attratti dai cani “pecurarischi” ossia da pastore, uno “ierino “ ossia pezzato bianco e nero con la mascherina e l’altro “ zzaru “ ossia grigio, sempre con la mascherina attorno agli occhi, nel frattempo gli adulti erano impegnati a spulare con solerzia il grano, prima che cadesse il libeccio ( limbici ) attorno alle diciannove , mentre la paglia si accumulava ordinatamente in una catasta ( margunata ), i bambini continuavano a stare vicini alle mucche e agli asini, sollecitandoli.



Orlando Sculli

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