• Rudina

Pere cassità



Pero Cassità

Pirus Communis L.

Fam. Rosacee

Della ricerca ormai disperata e talvolta dissennata della biodiversità perduta fa parte anche questa varietà in assoluta estinzione che ebbi l’opportunità di mettere relativamente al sicuro, in quanto una ricerca non si può reggere su una singola persona, per giunta non qualificata dal punto di vista scientifico, che non ha modo di diffonderla opportunamente attraverso dei canali istituzionali.

Infatti in riferimento ai fruttiferi nonostante sia stato portato a termine un lavoro eccezionale di tipo scientifico appunto, da parte dell’ARSAC ( Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese ), allora ARSSA , con l’opera Varietà locali di fruttiferi in Calabria, Atlante della biodiversità, stampato a Rossano nel 2011, le stesse varietà evidenziate brillantemente non sono state messe in sicurezza in campi di conservazione, secondo le considerazioni amare di uno dei tredici autori dell’opera.

Nella stessa opera si evidenzia che l’Italia nel suo assieme occupa il secondo posto per la biodiversità tra i paesi del Mediterraneo, che sono tra i più ricchi del mondo per specie e varietà di piante, dopo la Turchia, la più ricca in assoluto; all’Italia segue la Spagna e poi la Grecia.

La Calabria è stata esplorata solo marginalmente nel tempo dovuto e mai per alcuni settori dell’agricoltura, ma ormai è troppo tardi in quanto i depositari del sapere, delle competenze e delle conoscenze non ci sono più, ossia le persone anziane o i vecchi che avevano vissuto pienamente la civiltà contadina.

Infatti nei miei itinerari talvolta percorsi senza prospettive cerco di interrogare delle persone che giudico appropriati per il caso ed ottengo delle risposte vane o non li ottengo per niente in quanto le conoscenze non ci sono più.

Infatti le competenze piene erano appannaggio solo di coloro che erano nati tra la fine dell’800 e i primi del 900; infatti solo essi avevano vissuto pienamente la civiltà contadina che era molto complessa e non semplice come potrebbe apparire a prima vista.

Essa non era solo legata alla terra ma a tutti i settori della vita della società stessa e così l’edilizia essenziale qual era fino agli inizi degli anni 50 del 900, era legata oltre che ai muratori, specialmente ai mastri fornaciai, che in campagna, in ogni paese costruivano le fornaci per produrre tegole, mattoni pieni e calce.

Bisognava conoscere le pietre adatte da cuocere per alcuni giorni nelle fornaci alimentate da centinaia di fasci di rami secchi e frondosi e solo quando il fumo che veniva fuori era azzurrino, le pietre erano adeguatamente cotte in quanto si erano trasformate in calce vergine in zolle; la fornace doveva essere alimentata adeguatamente e con sapienza per evitare che la calce venisse rovinata.

I fornaciai erano capaci di produrre le enormi giare simili ai dolia romani, per contenere liquidi e solidi, ma la tecnica di costruzione era molto particolare, sia per la costruzione che per la cottura, che avveniva in ambienti aperti ricavate nei declivi dolci e non nelle fornaci.

Collegati ai muratori erano anche i falegnami che dovevano preparare le travature per i tetti ed il legname per gli infissi e naturalmente anche l’occorrente per i mobili, che non era importato da altre parti d’Italia o dall’estero, ma prodotto nei vari territori.

Essi si recavano sulle montagne e sceglievano gli alberi da abbattere in tempo dovuto ed i tronchi venivano immessi per qualche tempo in acqua corrente e poi trasformati in tavole tagliate con seghe a mano e poi conservati in luoghi chiusi e non ventilati per evitare le crepature; particolarmente difficile era la stagionatura del tavolame derivante dalle querce, che talvolta bisognava seppellire per qualche anno nel letame derivante dallo sterco di mucca.

Collegato al mondo dell’edilizia essenziale erano i fabbri che badavano a costruire i chiavistelli, le cerniere per gli infissi, le grate, mentre essi stessi predisponevano i ferri per gli zoccoli degli asini, dei muli e delle mucche utilizzate per l’aratura.

Ancora al mondo contadino erano collegati i mastri bastai che dovevano costruire i basti per gli asini e per i muli; ogni mulattiere consumava ogni anno mediamente due basti.

Collegato ancora al mondo contadino erano i fabbricanti di carri ed i più specializzati in provincia di Reggio erano i mastri di Cosoleto, nella Piana di Gioia.

Al mondo contadino erano collegati ovviamente i mastri calzolai che costruivano su misura le scarpe grosse e chiodate che dovevano durare un anno, ma anche le eleganti scarpe fini per i signori e per le donne; costruivano inoltre i grembiuli in cuoio dei mietitori.

Naturalmente il cuoio era ricavato dalle pelli degli animali macellati o morti e le concerie più importanti nella fascia ionica reggina erano ubicate a Canolo che esprimevano i migliori conciatori, che conciavano le pelli con l’ausilio di foglie di mirto che ogni anno raccoglievano con un’elaborata operazione dai boschi di mirto presenti nella foresta di Capo Bruzzano appartenente ai principi di Roccella.

I sarti erano preposti a confezionare gli abiti in orbace tessuto in casa dalle donne ed era complicato confezionare il manto impermeabile o “ impeciato” che era costituito da tessuto di lana di pecore nere, opportunamente infeltrito dalle donne, che bagnavano il tessuto e lo pestavano con dei corti bastoni.

Agli inizi degli anni sessanta, quando ormai la civiltà contadina era alla fine, mio padre aveva appena terminato di trebbiare il grano con le mucche in un’aia dove erano state radunate le biche ( timogne ) di una limitata area ed io la notte dormivo con lui, in una specie di palafitta con le pareti di felci .

Ogni giorno andavo a visitare i peri per verificare i frutti maturi ed ormai eravamo fuori dal periodo delle pere eccezionali, che maturavano a giugno e a luglio; era il periodo invece, ai primi di agosto , di maturazione dei frutti per le pere secche, utilissime in prospettiva per l’alimentazione animale.

Mi madre mi indicò una pianta di pere che erano in fase di maturazione, dalla forma elegante, rotondeggiante, leggermente schiacciati ai poli, dal peduncolo molto lungo e dalla pezzatura media, che chiamò Cassità, che nel dialetto del territorio significava castità; era l’unica ormai che esistesse.

Aspettai che maturassero completamente e poi assaggiai dei frutti e constatai che erano buoni in quanto avevano la polpa candida e fine dal sapore leggermente acidulo.

Notai che la maturazione occupava tutto il mese di agosto con gradualità e che subivano attacchi limitati da parte della mosca della frutta.

La varietà è stata riprodotta su quattro perastri.


Orlando Sculli

contatti

Associazione Rudina

Viale G. Matteotti,1

89030 Ferruzzano (RC)

​​info@rudina.it

  Ideato e curato da Antonia Tallarida / Francesco Pezzimenti per Associazione Rudina © 2019

  • Black Facebook Icon
  • Black Instagram Icon
  • Black YouTube Icon