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Nerello Zinnarico di Ferruzzano



Nerello Zinnarico di Ferruzzano

Vitis domestica L.

Fam. Vitacee

L’area della Locride meridionale, tra Brancaleone e Casignana , rappresentò fino a pochi decenni addietro, l’area di conservazione viticola del patrimonio dell’antichità più importante di tutta la Calabria, come ha dimostrato l’indagine condotta dal Centro Sperimentale di Turi, tramite il ricercatore, il dott. Angelo Caputo, che ha individuato nel campo di conservazione dello scrivente, ben 70 varietà di viti dai profili molecolari unici al mondo; di esse almeno una trentina derivano dalla ristretta area tra Brancaleone e Casignana, che include l’area con la concentrazione più alta del mondo degli antichi palmenti scavati nella roccia: circa settecento.

In questa stessa area si sviluppano negletti e semidistrutte più di duecento km di muri a secco ( armacìe, armacère ecc. che delimitavano le fasce ( rasule ) dei vigneti che appartennero a Locri Epizephiri, alle ville romane o alle fattorie bizantine del Tardo Antico.

Non possiamo sapere quale vino si producesse, dai nerelli così diffusi nel territori o dai bianchi, probabilmente le Aminee ( senza minio, ossia il rosso, quindi bianche, dalle foglie con la pagina inferiore fortemente pubescente ) Lanate, portate dai tessali nell’area della distrutta Sibari nel corso del V secolo a.C.

I crotoniati impedirono l’insediamento dei tessali, che avevano cominciato a coniare monete, ma che poi furono costretti a rifugiarsi nelle colonie di Sibari sul Tirreno: Laos ( forse l’attuale Laino borgo ) e principalmente a Posidonia, chiamata in seguito dai romani Paestum .

Le viti dei tessali restarono nella Magna Grecia, ma furono portate anche in Campania e probabilmente il Falerno, il principe dei vini romani, era originario dell’area di Sibari.

Le Guardavalli, di cui nel circondario di Bianco c’erano circa dieci varietà, erano fortemente pubescenti e più delle altre lo era la Guardavalle Pilusa, persa per sempre. Per la sua importanza storica, tra le Lanate, forse c’era anche il Mantonico, il vitigno più importante della Calabria, così negletto dai vinificatori di Bianco che si sono battuti ferocemente per il “cosi detto Greco di Bianco”, la Malvasia veicolata dai Veneziani da Monombasia, nel Peloponneso sud orientale. Essi ebbero il monopolio del vino ricavato dalle sue uve, che commercializzavano per cui nacquero impianti di vigneti nelle aree costiere della Sicilia, Calabria, Puglia e della Dalmazia e successivamente in Toscana e altrove , per cui di conseguenza nacquero delle denominazioni nuove tra cui quelle di Malvasia di Toscana, di Lipari ecc., accanto alla più famosa che era la Malvasia aromatica di Candia ( Creta ).

Dei nerelli invece esistevano numerose varietà, dai grappoli semplici, composti, piramidali, conici, gemellati, trialati; un nerello trialato è rappresentato in un mosaico della villa romana di Palazzi di Casignana, di cui c’era una corrispondenza nelle vigne del territorio, da Casignana a Ferruzzano, mentre a Caraffa esisteva un nerello identico a quello del mosaico di Palazzi.

Accanto alle viti portate nel territorio dai coloni greci, c’erano sicuramente quelli derivanti dalla domesticazione delle viti silvestri presenti ancora nel territorio nelle aree ripariali; ricordiamo che nella Magna Grecia avvenne la Terza Domesticazione della vite, mentre la Prima era avvenuta tra l’alta valle del Khabur ( Mesopotamia settentrionale) ed il Caucaso, la Seconda sulle coste del Mar Nero , la Tracia ( Bulgaria e Grecia settentrionale ) e la Grecia, comprese le isole egee, la Quarta nella penisola iberica, la Quinta nella Francia mediterranea e l’alta Italia, la Sesta nell’area del Reno.

Infatti di recente, il prof. Giuseppe Spampinato della Mediterranea di Reggio, in collaborazione con l’università di Cagliari, sta confrontando i vinaccioli delle uve delle viti del territorio, presenti nel campo di conservazione di Ferruzzano e quelle delle silvestri, che si caratterizzano per il fatto di essere più tondeggianti rispetto a quelli delle uve domestiche, più allungati.

La vite dello Zinnarico qui presentato, assieme al Nerello Carvunaro, al Nerello nero, e al Nerello Chianoto di Bianco, davano dei rossi fragranti , armonici e ben strutturati.

Lo Zinnarico era diffuso in tutto il circondario di Bianco e particolarmente a Ferruzzano ed era denominato in tale modo perché era caratterizzato da acini grandi e da quelli piccoli ( ossia zinnarici ), che maturavano assieme, mentre in altre varietà gli acini piccolissimi rimangono verdi.

Questo fenomeno viene definito acinellatura e si ha quella verde, quando non avviene l’impollinazione degli acini che rimangono piccoli e non maturano, viene chiamata acinellatura dolce, quando avviene l’impollinazione, ma non la fecondazione degli acini che permangono piccoli , ma arrivano alla maturazione, assumendo le caratteristiche delle uve che arrivano regolarmente alla maturazione


Orlando Sculli

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