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Lacrima bianca



Lacrima bianca

Vitis vinifera L.

Nei nostri territori, dalla Locride settentrionale, fino a Palizzi ed oltre verso sud, ogni comunità, nel settore viticolo, rappresentava una realtà diversa dal punto di vista varietale perché i suoi componenti erano arrivati da mondi diversi e lontani da cui avevano portato molte essenze, com’era stato il caso di Pietrapennata che era stata fondata da profughi maltesi, arrivati in Calabria dopo la caduta dell’isola Mediterranea in mano agli arabi nel corso del IX secolo d.C.

Essi avevano portato le viti presenti a Malta ed infatti le essenze viticole di Pietrapennata sono diverse da quelle di Palizzi di cui è frazione, abitata ormai da circa 40 persone dalle 900 che contava fino agli inizi degli anni sessanta.

I profughi erano arrivati nella località chiamata poi Malta e vi fondarono Casali Jusu distrutta da un terremoto nel corso del XVII secolo.

Man mano che i turchi avanzavano nella Grecia, molti profughi lasciarono la loro patria e si rifugiarono in Calabria tanto che attorno al 1532 nell’area tra Bova e Bovalino gli abitanti aumentarono di molto e probabilmente quelli che arrivavano portavano con sé semi e probabilmente anche tralci delle loro viti.

Anche dopo la caduta di Cipro in mano ai turchi nell’estate del 1571, dei profughi arrivarono in Calabria, mentre l’ultimo flusso arrivò dopo la caduta di Candia o Creta nel settembre del 1669, strappata ai difensori veneziani dopo ventidue mesi d’assedio.

Uno dei motivi dunque, della notevolissima diversità varietale, nel settore viticolo, nella costa ionica reggina era dovuta alle diverse provenienze di profughi dalla Grecia.

Infatti nell’area tra Bova e Brancaleone alcuni cognomi corrispondono a villaggi della Grecia occidentale, come Rodà, Carteri, Sidari e ciò significa che da quella area provenivano i profughi che scappavano di fronte all’avanzata turca, mentre il cognome Politanò deriva da Costantinopolitano, ossia la denominazione dei profughi di Costantinopoli, caduta in mano ai turchi il 29 maggio del 1453; in seguito il cognome per amore di brevità si ridusse a Politanò

Naturalmente coloro che scappavano portavano le cose più preziose che possedevano e tra questi oggetti d’oro e pietre preziose, ma anche ripetiamo, essenze che potevano essere utili nel mondo dell’agricoltura.

Con sicurezza sappiamo che dalla penisola del Peloponneso e precisamente dall’area di Monombasia, i veneziani diffusero le malvasie attorno al XVI secolo o addirittura prima nell’Italia.

Di recente l’università degli studi di Bologna ha portato avanti degli studi sul DNN degli abitanti di Bova, Roghudi, Roccaforte e Gallicianò ed è emerso che loro hanno attinenza, a livello genetico con i greci delle isole di Creta, Rodi e Cipro e non con la Grecia continentale, mentre non mancano neppure relazioni con i siriani e con il Caucaso; il riferimento caucasico si può attribuire agli Armeni che vennero in Calabria come sudditi combattenti dell’impero bizantino specialmente al tempo di Niceforo Foca.

In una ricerca sui vitigni condotta dal dott. Angelo Caputo del Centro sperimentale di Turi, è stato individuata a Ferruzzano una vite apirene corrispondente ad un vitigno denominato Rodi B.

Tutte le viti denominate con il nome di Greco bianco o nero si riferiscono probabilmente al periodo in cui, durante l’avanzata turca molti greci arrivarono nella Jonica reggina.

In un periodo precedente, dopo la conquista dell’Egitto da parte degli arabi nel 639 d.C., si ebbe la diffusione massiccia dei moscati, grazie a dei profughi che saranno arrivati dall’Egitto che portarono con sé il Moscato d’Alessandria ( zibibbo ), Moscato bianco ( moscatello ) e Moscato giallo; una riprova dell’arrivo di profughi egiziani ce l’abbiamo nell’intitolazione di molte chiese a Santa Caterina d’Alessandria ed addirittura a Gerace esistevano fino ad un ventennio addietro i muri perimetrali della chiesa di Santa Maria Egiziaca, poi disastrosamente cancellati con le ruspe.

Probabilmente proveniente dal Peloponneso e dall’area di Mantinea il mantonico ( gr. Mantonicòs-di Mantinea) venne diffuso in Calabria ed altrove ed ebbe un successo consistente nella ionica reggina, specie nel circondario di Bianco, mentre notevole fu la propagazione delle cosiddette Lacrime, sia bianche che nere.

Le nere furono adattissime a produrre dei rossi di pregio, ma quasi sempre furono mescolate ai Nerelli che erano prevalenti nelle vigne, mentre le bianche, dalla buccia delicata e dall’acidità totale non alta, furono utilizzate nella produzione di vini da dessert.

Specialmente a Bianco, fino agli inizi del Novecento, alcune famiglie distinte, tra cui i Jelasi ed i Medici, oltre che il Greco ed il Mantonico, producevano anche la Lacrima Bianca, piuttosto per uso familiare e per distinguersi dalle altre famiglie, che producevano Greco, Mantonico e sporadicamente l’Alicante, un passito rosso.

Si raccontava che era delicato e talvolta migliore del Greco, in quanto le uve erano leggermente aromatiche, come del resto lo sono quelle del Greco.

In altri ambiti, nel circondario di Bianco la Lacrima bianca era presente a Ferruzzano, dove fino ai primi degli anni Cinquanta i fratelli Cafari, in parte trasferiti a Bianco, mescolavano le sue uve a quelle del Greco, come pure facevano i Pulitanò .

A Bianco però l’ultimo a mantenere in vita la Lacrima bianca fu Vincenzo Lucà, ma secondo quanto ha affermato il figlio Santino, durante l’espianto di un vecchio vigneto essa si è praticamente estinta.

Fino a tre anni addietro, prima della morte rovinosa per il germoplasma del territorio, di Santo Mittica di Gerace, esistevano nella sua vigna in contrada Scurzunara dello stesso comune, alcune decine di Lacrima bianca di Gerace, dal grappolo elegante, dagli acini non fitti, punteggiati di nero, dalla buccia non spessa, dalla foglia pentalobata e glabra.

La moglie Rosetta ne impedirà l’estinzione?

A Ferruzzano ,il defunto Giuseppe Lipari aveva conservato due viti di Lacrima bianca, apparentemente diverse, in quanto una aveva la buccia più spessa e l’altra più delicata, ma ambedue avevano la foglia pentalobata e fortemente pubescente, lanata, come le Aminie di cui parlano le fonti classiche.

Il figlio Salvatore ne conserva ancora una, quella dalla buccia più delicata, mentre lo scrivente, per aver recuperato i tralci dalla vigna di Salvatore Lipari, in contrada Saccuti di Ferruzzano, possiede nella sua vigna catalogo di contrada Arie Murate di Ferruzzano, una decina di Lacrime dalla buccia delicata.

I grappoli prodotti sono di grandezza media, dalla forma talvolta irregolare, dagli acini medio grossi dal colore giallo paglierino a maturazione; le foglie della vite sono pentalobate fortemente pubescenti, lanate.

Anni addietro il prof. Cannavò della Mediterranea di Reggio C., prese delle foglie e le portò a Portici nella facoltà di agraria e fece il confronto con alcuni vitigni della Campania e pare che fossero identiche a quelle della Coda di volpe, un vitigno tipico di quella regione, dove alla viticoltura nell’antichità fu dato un contributo dai coloni di Sibari, che vi fondarono Posidonia, in seguito denominata Paestum dai Romani


Orlando Sculli