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Il noce in Calabria




Il noce in Calabria

Juglans regia L.

La pianta del noce è originaria dell’Asia, forse si diffuse dalle pendici dell’Himalaia, ma sin dalle più remote antichità cominciò a espandersi verso occidente, raggiungendo anche il territorio dell’attuale Europa occidentale, Esperia per i Greci, Ereb ( Occidente, da cui Europa ) per i fenici.

Spesso integrò l’alimentazione delle classi più umili e nelle aree dove l’ulivo non cresceva, dai suoi frutti veniva estratto l’olio e a tal proposito ricordiamo ciò che ci tramanda nei Promessi Sposi Alessandro Manzoni, che ci indica che i monaci andavano alla questua di noci, proprio per ricavare olio.

Oggigiorno è raro trovarlo, ma , a prezzo proibitivo si può reperire nelle regioni del Nord Italia; bisogna consumarlo crudo e non cuocerlo e combatte il colesterolo e i trigliceridi.

Oltre che per i suoi frutti era ed è usato per produrre legname da cui si ricavano mobili pregiati.

Esso ama i climi temperati, senza eccessi di caldo e di freddo e si esprime in chiome rigogliose dalle foglie caduche, producendo dei fiori, i maschili differenziati da quelli femminili.

E’ una pianta che non ama la promiscuità con altre varietà di alberi , per cui è capace di selezionare dei sistemi che danneggiano le piante vicine, con l’emissione di sostanze particolari.

Il noce in Calabria è presente dal mare alla montagna e riesce ad adattarsi in terreni anche con forte tenore di calcare, ma teme l’umidità eccessiva, dove secca, ricordando che cresce in tutte le regioni d’Italia, mentre la diffusione più ampia si ha in Campania dove viene coltivato in sistemi razionalizzati tendenti ad una ricca produzione; qui è famoso il noce di Sorrento, dal gheriglio delicato, regolare e facilmente estraibile, i cui frutti, sono venduti in tutt’Italia.

In Calabria è presente dal periodo precedente l’ellenizzazione e nel passato aveva una diffusione pre valente nelle aree montane per usi connessi alla fabbricazione di mobili, dove si recavano i falegnami a scegliere le piante per ricavare il legname adatto, mentre nelle colline litoranee e in quelle premontane veniva piantato lontano dalle altre piante.

Nei “ giardini mediterranei “, ossia negli agrumeti, veniva sistemato ai margini dei campi, dove produceva dei frutti per uso familiare, che registrava un consumo più intenso nel periodo natalizio, quando venivano preparati gli impasti fatti di uve passe, fichi secchie , gherigli di noci sminuzzati, vin cotto, con cui venivano farciti i dolci chiamati, a seconda delle zone “ Sammartine”, “ Pretali “ ecc.

La varietà nostrana di noce aveva un guscio robusto, difficile da infrangere, con il gheriglio però dal gusto molto intenso, mentre c’erano delle noci che producevano frutt i dal gheriglio che difficilmente poteva essere estratto ed allora quelle piante erano destinate ad essere tagliate per legname quando avessero raggiunto la dimensione ottimale.

Per favorire il processo d’ingrossamento del tronco che era lento, sulla sua corteccia venivano praticate delle fenditure, condotte talvolta con colpi d’ascia molto decisi.

In relazione alla piantumazione delle piante di noci per uso domestico, connesso al consumo dei frutti, c’era un timore atavico che la turbava, in quanto la tradizione indicava che colui che avesse piantato un albero di noce, sarebbe morto quando il suo tronco avesse raggiunto lo spessore della sua testa .

Ed allora tale compito ingrato veniva assunto dai vecchi delle famiglie, prossimi a lasciare la vita terrena.

Nei boschi montani crescevano spontaneamente delle varietà di noci, specie nelle aree ripariali, che producevano dei frutti dalla grandezza inusuale, talvolta tre quattro volte più grandi di quelli delle piante domestiche.

Talvolta sotto di esse crescevano delle piantine dalle noci cadute, che venivano trasferite nei campi coltivati.

Di norma la forma di tali frutti erano fortemente ovalizzata, mentre a Palizzi esistevano degli esemplari che riproducevano frutti sferici.

Alberi dai frutti portentosi si ritrovavano sulle montagne di Santo Stefano d’Aspromonte, Africo, S. Giovanni di Gerace mentre nel vibonese esistono degli esemplari piantati nei campi coltivati.

Proprio in questi giorni, Nino Sigilli, abitante a Siderno, incrociò nelle campagne di Gioia Tauro in contrada Livatida, un contadino che aveva in mano tre frutti enormi di noce e si fece regalare uno; quello rappresentato in foto.

Spesso però, questi frutti sono sciapi e quindi per tali motivi non si è diffusa la coltivazione delle piante che li producevano.