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Greco nero di Ferruzzano



Greco nero di Ferruzzano

Vitis vinifera L.

Nell’agosto degli anni novanta del 900 andai a far visita ad un parente, Michele Gullace, a Ferruzzano Superiore e notai che aveva una vigna attorno alla casa, piccola, ma rappresentativa delle varietà nel passato usate per costituire le vigne stesse.

La visitai e notai , tre viti in particolare, che erano dotate di grappoli anomali, grandi e gli chiesi a quale varietà appartenessero ed egli mi rispose che erano viti di Greco nero diffusissimo nelle vigne a Ferruzzano e del circondario fino alla fine degli anni 40 del 900, quando iniziò l’esodo totale degli abitanti dei paesi collinari che in breve li avrebbe svuotati.

Osservai attentamente i grappoli e notai che non erano mai uguali, persino su una stessa vite, difformi quindi nella generalità: alcuni piramidali, altri compositi, altri tronchi ecc, dagli acini molto fitti, subovali e ricoperti abbondantemente di pruina che li fa apparire azzurrini; tolta la pruina, passando sopra la mano, risultano nerissimi.

Strana appare la foglia, poco regolare, generalmente trilobata, con i bordi strinati, seno a lira aperta ( non sempre ), pubescente.

I vigneti erano centinaia ed il vino prodotto dalle uve calcate in buona parte ancora nei palmenti di pietra scavate nella roccia, veniva venduto nei paesi vicini e principalmente veniva portato nella Piana di Gioia da due leggendari mulattieri: i fratelli Francesco e Peppino Panzera che nel 1949 emigrarono in Australia.

Essi caricavano il vino in barili di castagno, costruiti a Gioiosa Jonica, su quattro cinque muli ed il pomeriggio partivano e prima che facesse buio arrivavano a Platì dove pernottavano da un loro amico, Sergi, i cui discendenti forse gestiscono ancora un’ottima panetteria.

Al mattino prima che albeggiasse si dirigevano verso il passo dello Zillastro e poi discendevano verso la Piana, dirigendosi verso Radicena, come ancora veniva chiamata Taurianova, nonostante il nome fosse stato cambiato dal 1928, dove vi arrivavano in giornata; un altro amico provvedeva a smerciare il vino portato dai fratelli Panzera, che non mancavano mai all’evento per loro più importante che era costituito dalla fiera del bestiame di Sant’Orsola, la più importante di tutta la provincia di Reggio.

Per tale occasione una moltitudine di contadini con i loro animali da vendere, partivano da tutta la costa ionica reggina a partire da Melito e per itinerari diversi e tormentati arrivavano alla fiera di Sant’Orsola che veniva tenuta d’estate.

La fiera era molto importante per comprare o vendere asini, muli e buoi da tiro per i carri, capre, pecore e maiali, finimenti per le cavalcature, campanacci ecc.

Oltre a parlarmi dei fratelli Panzera il mio parente Michele Gullace, continuò a parlarmi dei vigneti del territorio e a proposito del greco nero affermava che le sue uve, assieme a quelle della malvasia nera davano forza e colore al vino prodotto a Ferruzzano, che come base era ricavato dai nerelli, con una percentuale variante di uve bianche : Guardavalle, inzolia e malvasia.

Esisteva anche un greco nero aromatico, coltivato nel passato perché dalle sue uve veniva ricavato un vino da dessert, mentre un altro vino nero da dessert veniva ricavato dal mantonico nero, letteralmente scomparso dal territorio; solo recentemente sono state individuate tre sole viti nella vigna di Francesco Cannizzaro di Bianco.

Naturalmente era coltivato il greco bianco che veniva coltivato per produrre piccole quantità di greco da dessert perché esso veniva utilizzato specialmente per coloro che si ammalavano di bronchite e di polmonite.

Gullace aveva costituito quella piccola vigna seguendo le procedure antiche che erano quelle di prendere da un’altra vigna, la sua in questo caso, che aveva abbandonato in un altro campo, i tralci senza badare alla selezione perché dall’assieme di tante uve diverse, viene fuori un vino molto ricco di profumi.

Secondo il suo punto di vista in prevalenza assoluta in una vigna devono esserci i nerelli, ma anche tutte le altre e badando rigorosamente di mettere a dimore le viti che danno uve che “aggiustano” il vino, tra cui la Pizzuta Bianca ed il Mantonico Bianco, ma nel passato, era utilizzato con molto successo, Il Buttuni di gatto bianco.

Riflettendo in seguito sulla funzione di “ aggiustare “ il vino da parte di alcuni tipi di uve, ho dedotto che esse fossero dotate di altissima quantità di acidità assoluta, come capita per il Mantonico Bianco, per la Vernaccia bianca ecc.

A gennaio, prima che la piccola vigna fosse potata, ritornai e potai le tre viti di Greco nero di Ferruzzano, segnate in agosto con strisce di stoffa colorate, successivamente portai i tralci recuperati dai vivai Maiorana ad Acconia di Curinga nel Lametino e l’anno successivo mi furono consegnate circa sessanta viti, che misi a dimora in un campo che funziona ormai da Campo di salvataggio a servizio di tutti coloro a cui sta a cuore la biodiversità del territorio.

Nella vigna di Michele Gullace, defunto nel frattempo, sopravvive una sola vite mentre dalle sessanta presenti nel campo di salvataggio di Ferruzzano, fu recuperato l’anno scorso più di un quintale d’uva, che calcato assieme alla stessa quantità della Malvasia nera di Ferruzzano, è venuta fuori un prodotto di “mescolanza “, che i sofisticati utilizzatori di termini inglesi, chiamano “blend”, molto buono, ricchissimo di tannini, nonostante che il mosto sia stato lasciato in permanenza sulle bucce per sole 48 ore.

Il vino ricavato, in seguito ad una microvinificazione, è di un rosso scurissimo dai riflessi violacei e contemporaneamente è ricco di profumi e risulta abboccato, ossia con un leggero sentore di dolce all’inizio, mentre nel palato alla fine permane una punta di amaro.




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