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Ginepro licio



Juniperus Turbibata L.

ginepro licio

La pianta appare somigliante al cipresso però, osservandolo bene ci si accorge che differisce anche per la forma che assume.

Infatti la chioma tende ad essere espansa ed articolata sin dalla base e la corteccia del tronco e dei rami maturi tende a distaccarsi e a screpolarsi .

Essa non ama i terreni fertili, specie quelli che ritengono umidità e preferisce quelli assolati delle aree litoranee fortemente argillose ed addirittura non disdegna di collocarsi nei calanchi dell’area ionica meridionale della provincia di Reggio, dove penetra nell’entroterra fino ad una profondità di pochi km.

Addirittura essa è una pianta pioniera ossia prepara condizioni migliori per eventuali piante che dovrebbero in prospettiva sostituirla.

La sua crescita è lentissima e riesce a raggiungere dimensioni arboree modeste in svariati decenni, mentre la sua propagazione è demandata a bacche o coccole perfettamente sferiche che non superano 0,8 cm di diametro, che assumono a maturazione un colore tra il rossiccio e l’avana scuro.

Tra i paesi del parco il numero più consistente di piante spontanee si trova a Condofuri , mentre fuori da esso qualche esemplare è presente nell’area di Peristerea nel comune di Bova Marina.

A ridosso poi del cimitero di Palizzi Marina una pianta spontanea supera la dimensione arbustiva, presentandosi con una chioma espansa e con un tronco di circa 45 cm di diametro .

Esisteva un boschetto di ginepro di circa dieci ettari in contrada Vadicamò del comune di Bova Marina fino alla fine degli anni 90 del novecento, quando un incendio lo cancellò, grazie alla mancanza di strisce antincendio che solitamente effettuavano gli operai forestali, che numerosi erano attivi nel suddetto comune.

La propagazione della pianta non è facile ed è demandata agli uccelli che mangiano le bacche ed espellano i semi con gli escrementi; solo da tali semi espulsi dagli uccelli nascono le piante.

Aveva osservato tale modalità di riproduzione il prof. Francesco Violi di Bova Marina,docente di matematica all’istituto tecnico per il turismo di Gioiosa Marina, dove vive, che pensò che i succhi gastrici erodessero la patina esterna dei semi stessi rendendoli germinabili per cui mettendo a dimora i semi stessi e bagnandoli con acqua contenente escrementi di gallina, che hanno una funzione erosiva, fu capace di riprodurre le piantine.

Agli inizi degli anni 80 del 900, cominciò a mettere a dimora le prime piantine nel fondo di famiglia in contrada Limaca del comune di Bova Marina e poi continuò con l’aiuto della dinamica sorella Carmela ed in seguito con quello della splendida nipote Raffaella Leone ; ora esiste un boschetto artificiale che ha sostituito quello distrutto di contrada Vadicamò.

L’opera del prof. Francesco Violi, di sua sorella Carmela e della nipote Raffaella Leone continua nel difendere la pianta dall’estinzione, ed essi continuano a riprodurla e a regalarla, per cui molte piante ormai si ritrovano al di fuori del comune di Bova Marina e di quelli limitrofi dove cresceva spontaneamente.

L’uso del legname del ginepro licio, secondo l’interpretazione colta di Bova

Si raccontava, con una certa fantasia, che anticamente le coste della Calabria e della Sicilia, fossero abbellite da boschi di ginepro fenicio, che a Bova veniva chiamato in greco cletharo ( fonte dott.Bruno Traclò), probabilmente abbastanza grandi da poter ricavare del legname. Esso era resistentissimo, di lunghissima durata e leggerissimo e con esso i cartaginesi costruivano le loro navi, che praticamente erano irraggiungibili.

Dopo la prima guerra punica i romani scoprirono l’uso del legname del ginepro fenicio e fu la rovina di tale essenza preziosissima, in quanto essendo a lentissima crescita, i boschi non poterono essere ricostituiti; essi furono rappresentati solo marginalmente con qualche esemplare e limitatamente nell’area della Bovesia con pochissimi esemplari, in riferimento alla Calabria meridionale.

La conservazione della specie, secondo l’interpretazione contadina di Bova

I contadini di Bova, pratici e poco inclini alle interpretazioni sofisticate, avevano notato che il legname del cletharo era fortissimo e di lunghissima durata, capace di resistere per centinaia di anni pure in condizioni non favorevoli( l’umidità ad esempio ), per cui facevano fabbricare gli stipiti delle porte e delle finestre con l’essenza preziosa di tale pianta ed ancora a distanza di centinaia di anni gli stipiti delle case contadine di Bova lo testimoniano.

Inoltre, chi aveva la fortuna di poter recuperare dei pali per la propria vigna, era tranquillo per tutta la vita, in quanto essi duravano per circa sessanta settanta anni.

Di conseguenza le poche piante di cletharo, venivano rispettate e salvaguardate e solo da esse veniva ricavato il legname, con la potatura e pulitura, mai con il taglio totale di un esemplare.

Utilizzazione del Cletharo presso il tempio di Era Lacinia a Crotone

L’ex direttore del Parco dell’Aspromonte, il dott. Tedesco, ripropone una tesi inedita e molto interessante sulla costituzione del bosco sacro attorno al tempio di Era Lacinia a Crotone, di cui parla diffusamente Tito Livio nelle sue Storie nel libro XXIV -3.

Secondo il suo punto di vista era impossibile che il bosco sacro attorno al tempio di Era fosse costituito da abeti, per ovvi motivi climatici, sorgendo a ridosso del mare, a quote altimetriche molto basse, per cui avanza l’ipotesi molto probabile, che fosse costituito invece da piante di Juniperus Turbinata o ginepro licio.

Non solo egli è convinto di questa ipotesi, ma ha persuaso anche i responsabili della Sovrintendenza Archeologica che intenderebbero ricostituire il bosco con le essenze suddette assieme ad altre costituenti la macchia mediterranea.

Egli si è rivolto a me perché gli indicassi le rare piante da cui recuperare le coccole o semi e poi procedere alla riproduzione, tramite la procedura che solo il prof. Violi o sua sorella Carmela e la nipote Raffaella Leone di Bova Marina conoscono. Personalmente ho due piccole piante ricche di semi quasi maturi che darei volentieri al dott. Tedesco, ma la stessa cosa farebbero Carmela Violi e Raffaella Leone, solo che ho perso il numero dell’ex direttore del Parco e non so come contattarlo

Rischio d’erosione genetica: altissimo

Il Pero di Gesù Bambino

Pirus communis l.

Fam. Rosacee

Le varietà dei peri erano numerosissime in tutta la Calabria e di esse molte sono sopravvissute agli incendi, che furono devastanti verso la metà degli anni sessanta del novecento quando i territori trascurati da circa un decennio , risultarono infestati da erbe secche d’estate, in quanto i vigneti e le chiuse collinari, ricche di tanti alberi da frutta vennero abbandonati o malamente coltivati.

Infatti era avvenuto che a partire dalla fine degli anni 40 le persone più valide avevano cominciato ad abbandonare la Calabria per cui gli anziani e i vecchi ressero per poco tempo il peso della coltivazione dei campi.

I peri avevano meglio retto il tormento del fuoco in quanto in prevalenza erano stati innestati su perastri

notoriamente più resistenti di altre piante più delicate, ma gli esemplari pluricentenari andarono facilmente in fumo perché cavi e pieni dentro di Xalìa, la parte consumata del legno, morbidissima ed utilizzata come esca per gli acciarini ( focalori ).

Esistevano degli esemplari di un metro di diametro, pieno di buchi, dentro cui nidificavano gli uccelli notturni, particolarmente esplorati dai ragazzi che amavano dotarsi di uccelli da allevare e nei tronchi cavi delle piante più vecchie , nidificavano i gufi comuni, gli allocchi, i barbagianni, gli assioli, mentre le cornacchie nidificavano sulle cime più alte degli ulivi o nelle siepi più intricate. Le taccole , i gheppi, i corvi imperiali costruivano i propri nidi negli anfratti rocciosi, quasi irraggiungibili dai monelli, di cui i più temerari si facevano calare dall’alto legati al cinto da lunghissime corde e rubavano i piccoli .

Erano ricercati i Gheppi ( jizzi ) che erano però carnivori e i ragazzi che se ne procuravano uno, dovevano allevarlo da quando era implume e cibarlo costantemente di carne , per cui bisognava catturare le lucertole con i cappi d’avena o andare a caccia di grossi grilli, di cui erano pieni i campi dove era stato falciato il grano e di passerotti, rubandoli ai nidi.

Venivano allevati assioli, barbagianni, gufi comuni e corvi che pure essendo onnivori avevano bisogno di molto cibo che i ragazzi non possedevano.

Avevano molto successo le cornacchie ( carcarazze ) e le taccole ( ciavule) fra i ragazzi perché si affezionavano loro e a tutti i componenti della famiglia in cui erano allevate.

Esse vivevano a lungo ed erano onnivore ossia mangiavano di tutto e d’estate i ragazzi le nutrivano con i grilli e con le pere, specialmente della varietà Melone e del Bombinuzzo ( Gesù Bambino ), molto profumate ed appetibilissime anche dagli uccelli.

Il massimo per un ragazzo era allevare un gheppio, un falco di dimensione piccola , che si affezionava poco però, che ad un certo punto, alla fine dell’estate cominciava a sentire il richiamo dei propri simili e quando passava in volo qualcuno, esso lo raggiungeva lasciando colui che l’aveva allevato ed amato. D’estate nei paesi collinari dell’Aspromonte molti ragazzi si sentivano dei falconieri, pavoneggiandosi con un uccello di grosse dimensioni portato sulla spalla sinistra.

L’estate rappresentava il paradiso per i poveri in quanto la frutta era a portata di tutti e con essa ci si poteva sfamare.

Era consuetudine cogliere la frutta di tutti gli alberi pendenti sulle strade e naturalmente anche dalle siepi di ficodindia che delimitavano i poderi sulle strade, da cui ognuno poteva prendere i frutti.

I maggiori esperti erano i ragazzi che dalla più tenera età imparavano a conoscere la geografia di ogni campo, allettante per i frutti che conteneva.

Numerosissime erano le varietà di “ sorta “ ossia speciali che cominciavano a maturare negli ultimissimi giorni di maggio con le Maiatiche e che terminavano ai primi di ottobre con le Malune d’ Inverno.

Tra le specialissime erano collocate le pere di Gesù Bambino, molto desiderate e rarissime, le pere totemiche della famiglia Politanò, i discendenti di profughi provenienti da Costantinopoli ossia i Castantnopolitani, che per amore di brevità furono detti semplicemente Politani, provenienti dalla città per eccellenza che era Bisanzio. Una pianta originaria la detiene Mimmo Politanò, figlio del defunto Francesco che ha mantenuto fino alla fine, tra le insidie degli incendi, la pianta degli antenati.

Il pero di Gesù Bambino, sopravvive in un solo esemplare originario in contrada Saccuti del comune di Ferruzzano e su tre riprodotti, due a Ferruzzano stesso e uno nel comune di Stalettì in contrada la “Pezzotta delle Puttane” ( dove al tempo di un’importante fiera di bestiame, si appartavano le povere prostitute in tempi ormai remoti, usanza di cui resta traccia nella toponomastica ) a Copanello, nella proprietà di Giovanni Gatti, innestato dallo scrivente.

La qualità è insuperabile , con i frutti belli da vedere, di media pezzatura, soffusi di rosso tenue nella parte offerta al sole, gialla nell’altra, profumati di spezie , dolce al punto giusto .

Le pere maturano a cominciare dal venti di luglio fino ai primissimi giorni di agosto e per la maggior parte di esse risultano intatte senza bisogno di essere trattate con sostanze anticrittogamiche; nel gusto ricordano le Pere Angeliche o degli Angeli, che arrivano a maturazione ai primi di luglio, fino al venti, all’incirca.


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