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Favi a tri coccia



Favi a tri coccia

Vicia faba L.

Fam. Fabacee

Senza dubbio la varietà delle fave “ a tri coccia” , il cui baccello contiene tre semi, è molta antica e sarà quella che fu utilizzata dai greci e dai romani; non sempre però i baccelli contengono tre semi, ma talvolta uno, due o addirittura quattro.

Come si può notare i semi sono notevolmente grossi, più di quanto non siano quelli di varietà a baccelli molto lunghi; essi venivano privati della buccia e poi venivano essiccati, diventando adatti per preparare una purea denominata “ maccu”.

L’uso alimentare delle fave è molto problematico in quanto il loro consumo dà adito ad un fenomeno violentissimo d’allergia denominato favismo, mortale, che provoca l’emolisi ossia la rottura dei globuli rossi, con conseguente emorragia interna, per cui in poco tempo si arriva alla morte se non si interviene con cure appropriate e con trasfusioni.

Probabilmente tale caratteristica negativa, ossia il pericolo per alcuni dell’uso alimentare delle fave, era stato notato da Pitagora di Samo, che ne proibiva tassativamente ai suoi discepoli l’utilizzo; probabilmente egli stesso era allergico alle fave o aveva capito la pericolosità.

Egli aveva fondato una scuola a Crotone, che si basava su principi etici, filosofici e che s’interessava di religione, di matematica e di geometria, attorno al 530 a.C. , che influì pesantemente sulla politica della città, determinando il rafforzamento del partito aristocratico.

La politica dettata dai pitagorici entrò in collisione con Sibari, dove il partito democratico aveva assunto il potere, portando avanti una condotta discriminatoria nei riguardi dell’aristocrazia.

Alcune centinaia di nobili si erano rifugiati a Crotone e quando Sibari ne chiese la consegna, Crotone si rifiutò di farlo, per cui scoppiò la rovinosa guerra tra le due città che erano della stessa stirpe.

Sibari, sicura della vittoria, attaccò con forze soverchianti la città nemica, ma il suo esercito fu clamorosamente sconfitto nel 510 a.C., da quello crotoniate, guidato dall’atleta Milone, vincitore di tante gare ad Olimpia.

La città venne rasa al suolo e fu cancellata fisicamente in quanto i crotoniati vi deviarono sopra il fiume Crati.

I superstiti della città più splendida della Magna Grecia, si salvarono nelle colonie sibarite sul Tirreno: Scidro, Laos e Posidonia, chiamata poi dai romani, Paestum.

Pitagora fu costretto a lasciare la città in seguito ad una rivolta democratica guidata da Cilone, uomo arrogante e violento che non era stato accolto nella sua scuola.

Egli sarebbe morto a Metaponto dopo che si era salvato dall’incendio che era stato appiccato dai democratici alla sua casa, dove perirono tanti discepoli.

Secondo un’altra leggenda, Pitagora in fuga dalla città, si trovò nei pressi di un campo di fave, dove avrebbe potuto nascondersi, ma non volle farlo, per cui fu raggiunto e ucciso dai seguaci di Cilone.

In riferimento alle piante di fave esse arricchiscono i campi dove sono coltivati in quanto producono azoto che si fissa nel loro apparato radicale e di conseguenza, l’anno successivo alla loro coltivazione, veniva seminato il grano che assorbe molte sostanze nutritive del terreno.

Di conseguenza la rotazione colturale triennale prevedeva nella nostra area, la semina della sulla, che aveva la funzione di far riposare il campo, la semina delle fave che lo arricchivano d’azoto ed infine la semina di grano, che lo sfruttava.

Le favette, che sono una varietà di fave, oltre ad arricchire un campo di azoto, hanno anche quella aggiuntiva di eliminare dal terreno le erbe infestanti, specie quando esse sono seminate fitte.

Addirittura si usava seminarle nelle vigne per eliminare la gramigna e quella più terribile denominata nel nostro territorio “ cropastu”, corrispondente alla gramigna di Aleppo.

In riferimento alle fave a “ tri coccia “, esse venivano seminate alla fine di ottobre ed entravano tardivamente in produzione alla fine di marzo, quando i padri con gioia dei bambini portavano dai campi i primi baccelli ed allora essi prima di mangiarle, le trasformavano gioiosamente in mucche, aggiungendo dei minuti stecchi di legno con funzione di zampo ed altri più sottili per rappresentare le corna.

Questo dimostra come la non disponibilità di giocattoli o strumenti ludici a portata di mano, come capita ai bambini dei nostri giorni, aguzzasse l’ingegno ed ognuno si costruiva i propri giocattoli, numerosissimi, fra l’altro, diversi in stagioni differenti, utilizzando la canna, il legno, le erbe, il fango, lo sterco addirittura degli asini, ecc.

Le mucche ricavate dai baccelli delle fave, i bambini, assieme ad altri coetanei le portavano in “pascoli immaginari “ costituiti” da piccoli spiazzi pianeggianti primi di sacrificarle, mangiandole, dopo ore di gioco.


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