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Ficandianu petrisu giallo



Opuntia ficus indica Miller

Famiglia cactacee

Fichiandianu petrisu giallo

La pianta del ficodindia è originaria del Messico da cui si era diffusa in America centrale ed in quella meridionale, specie tra gli Incas che da una cocciniglia che l’attacca, il dactylopius coccus, ricavavano l’incaina, un colorante rosso carminio.

Dopo la scoperta dell’America la pianta fu introdotta in Europa, naturalmente nei paesi mediterranei, da cui si diffuse in tutte le aree tropicali e subtropicali del mondo , ma originariamente rappresentò una curiosità botanica, che in seguito fu utilizzata come pianta da frutto.

Ben presto in Italia meridionale e nella Sardegna essa si diffuse in quanto l’abbondanza dei suoi frutti poteva integrare le necessità alimentari delle classi sociali più povere.

Fu ben presto presente in Sicilia di cui è uno dei simboli e grazie all’ingegnosità dei siciliani i suoi frutti rappresentano una notevole voce dell’esportazione isolana, riuscendo a raggiungere i mercati più interessanti dell’Europa .

Le aree della Sicilia, che producono i frutti migliori per qualità sono quelle dell’Etna e quelle della Valle del Belice dove esistono coltivazioni specializzate.

I frutti immessi sul mercato sono quelli tardivi prodotti con la forzatura, che deriva dall’eliminazione dei primi frutti quando fioriscono a giugno; a questo punto le piante vengono concimate e abbondantemente irrigate.

Poco tempo dopo le piante producono una seconda volta e i frutti di tale produzione, tardiva, diventeranno i “ bastarduni” gli eccellenti ficodindia che arrivano sul mercato fuori tempo evidenziando una qualità superiore rispetto a quelli di stagione, che di norma maturano a partire dalla fine di luglio.

In Calabria la storia di tale pianta è meno interessante, considerando che i suoi frutti sono stati sempre solo e quelli di stagione, quindi non appetibili dai mercati, in quanto dal punto di vista della qualità sono inferiori nel gusto e nella consistenza.

Essa ha aiutato però per quasi tre secoli le classi sociali più deboli, offrendo ai poveri i suoi frutti che per essi rappresentava il cibo, talvolta disdegnato dai ricchi.

Esistevano delle regole precise per mettere a dimora delle nuove piante che sarebbero nate dai cladodi o pale che venivano adagiati per terra semplicemente a settembre; se fossero stati interrati sarebbero morti.

Infatti le pale messe a dimora in altri periodi, specie nel mese di marzo, non avrebbero prodotto dei frutti, se non con scarsità.

Il tempo della fruttificazione arrivava dopo tre anni, quando l’impalcatura della pianta era costituita da tre cladodi sovrapposti, uno per ogni anno.

Venivano scelti opportunamente i terreni, che preferibilmente dovevano essere sciolti e mai e poi mai le piante dovevano essere essere letamate, perché il letame avrebbe senz’altro fatto aumentare la produzione, ma costituita a questo punto da frutti sciapi.

Naturalmente anche in Calabria veniva utilizzata una forzatura meno efficiente di quella praticata dai siciliani per produrre dei frutti fuori stagione. Infatti il giorno di S. Giovanni, il 24 di giugno tutti i frutti , allora in fiore, venivano tolti dalle piante assieme alle pale tenere.

Le piante non venivano concimate e nemmeno bagnate, per cui il primo anno in cui veniva usata tale pratica, le piante non producevano per la seconda volta.

Nell’anno successivo veniva ripetuto l’esperimento ed allora ci sarebbe stata una certa produzione non ancora abbondante, però a partire dal terzo anno, sempre ripetendo la stessa procedura il 24 di giugno, la produzione sarebbe diventata abbondante.

I frutti squisiti e tardivi cominciavano a maturare a novembre e taluni addirittura nel periodo prenatalizio, per cui venivano chiamati “natalini”.

Di solito nei poderi le piante venivano messe a dimora nei tratti scoscesi e poco utilizzabili dal punto di vista agricolo come apparvero ai viaggiatori stranieri che visitarono la Calabria nel 700 e nell’800 e quelle spinose venivano collocate lungo le strade perché servivano come recinzione e proprio da esse i poveri potevano cogliere i frutti.

Dal momento che erano dotati di piccolissime e fastidiosissime spine, che appena si tentava di staccare i frutti cadevano pericolosamente ed andavano a finire negli occhi, al minimo alito di vento, si coglievano con la “ brocca “, una canna spaccata in tre parti sulla sommità, tenute aperte da un grosso tappo di ferula ( canna ferra, ferla ecc.) ed avvinte strettamente da una ritorta o da un pezzo di spago; tale operazione veniva effettuata contro vento.

I frutti venivano riposti a terra e prima di essere messi in un paniere, venivano ripuliti dalle spine con dei ramoscelli dell’inula viscosa ( criza ), che riusciva a trattenerle efficacemente per via della sua viscosità.

I frutti più saporiti venivano prodotti dalle piante allevate nelle aree petrose e proprio in queste aree era stata selezionata una varietà, presente ancora sporadicamente nell’area di Samo, Ferruzzano e Motticella di Bruzzano, denominata Petrisa.

I suoi frutti di colore giallo-arancio, dopo la sbucciatura, erano molto consistenti, succosi, dolcissimi, duri come una pietra, denominati pertanto” petrisi”.

Erano molto ambiti e ricercati dai ricchi che li preferivano ai frutti delle varietà “zuccarigna “ e “ sanguigna “.Le sue pale erano più consistenti e più grandi di tutte le altre varietà per cui da esse i ragazzi più attivi e discoli ricavavano “ a praca i vivu “, la trappola per catturare vivi gli uccellini, specie i pettirossi e i fringuelli.

Veniva praticata una buca per terra di 15 cm x15, profonda 10, e sopra di essa veniva adagiata una pala, avvinta a terra da pezzi di legno, segnata al centro con un riquadro della stessa misura, di cui la buccia , nella parte superiore non era incisa, all’esterno.

Essa veniva tenuta aperta da quattro stecchi, in posizione instabile su un pezzo di canna larga 2 cm e lungo cinque, poggiante a sua volta instabilmente su uno stecco più grosso.

Nel centro degli stecchi veniva posto lo” spulicu” un vermetto estratto dallo stelo secco ed umido di un cardo triste ( cròcassu ), infilzato in una spina di calicotome ( spalassu ).

Per il dolore il povero insetto si dimenava, per cui attirava un uccellino, che tentando di cibarsi dell’insetto, faceva rinchiudere la porticina della pala, che l’ intrappolava.

La foto che rappresenta il ficodindia di varietà petrisu è stata scattata dall’acquerellista Domenico Marino a Motticella di Bruzzano.