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Cicerchia piccola




Cicerchia piccola di Brancaleone

Lathyrus sativus L.

Famiglia Fabacee

La cicerchia è un legume coltivato sin dalla più remota antichità nella Mesopotamia e di essa è stata trovata traccia in un sito archeologico risalente ad ottomila anni prima di Cristo.

Essa è ricchissima di proteine per cui, assieme ad altri legumi, veniva usata abbondantemente nelle società contadine dove si faceva scarso uso di carne e veniva coltivata annualmente da ogni famiglia.

Esisteva un calendario dettagliato per le semine e si cominciava con il grano tra la fine di ottobre e i primi di novembre, quando veniva seminato anche l’orzo, la lenticchia, le favette, le fave, che si potevano seminare fino a dicembre.

In questo stesso periodo si seminavano anche i lupini, in terreni sciolti ed arati con scarsa cura, mentre a novembre inoltrato toccava ai piselli di “ rrama “, ossia rampicanti e a dicembre ai piselli “nguatti “, ossia nani e dopo un intervallo di mesi ai primi di febbraio si provvedeva a seminare la cicerchia ed anche i ceci che erano presenti più di altri legumi nella dieta alimentare.

I ceci preferivano essere seminati in marzo e tardivamente anche in aprile, tanto che per essi si diceva: Frevàru ciceraru ( ossia in febbraio si comincia la semina dei ceci), marzu cicerazzu ( ossia la produzione di ceci sarebbe stata abbondantissima se si fossero seminati a marzo),aprìllu cicerillu, ossia la produzione dei ceci seminati in aprile, sarebbe stata un po' scarsa.

In marzo veniva seminato anche il Triminì, ossia il grano primaverile e d’emergenza per le annate eccessivamente piovose; esso maturava in tre mesi e prima del grano invernale.

La sua farina era adattissima per preparare i maccheroni perché “ tenevano” ossia restavano intatti quando si appendevano ad asciugare e non si spezzavano.

Naturalmente ognuno dei prodotti suddetti prediligeva un determinato tipo di terreno, per cui il grano, le favette, le fave e i ceci si adattavano bene anche ai terreni argillosi , i piselli preferivano i terreni sciolti, come pure le lenticchie , mentre per le cicerchie il terreno ideale era rappresentato da quello a medio impasto, ma non disdegnavano i terreni sciolti e quelli argillosi e capaci di prosperare nei campi più difficili.

Le cicerchie erano ritenute, dei legumi, le più delicate e leggere e venivano piantate in quantità non rilevante e prima che i baccelli cominciavano a seccare, i semi verdi e teneri , erano deliziosi da mangiare, migliori dei piselli, come del resto capitava per i ceci quando i loro semi nei piccoli baccelli erano teneri.

Infatti già alla fine di aprile le piante fiorivano esibendo dei fiorellini generalmente candidi e verso la fine di maggio e talvolta anche prima, i piccoli baccelli erano invitanti, specie per i bambini che desideravano ardentemente mangiarne.

Le piante di tale legume, non venivano trebbiate con le mucche nelle aie, come capitava al grano, all’orzo, ai ceci, alle fave, alle favette che venivano seminati in abbondanza, ma venivano strappate da terra già quando le piante cominciavano a “cambiare colore”, come del resto capitava anche per la lenticchia perché se si procedeva in tale lavoro quando esse erano molto secche, i semi cadevano per terra al minimo movimento ed anche perché se lo si faceva quando le piante erano molto secche, i semi ricavati erano più propensi a generare il tarlo del legume o “ papùzza .“

Le piante venivano ammonticchiate in mucchi separati perché si cuocessero bene al sole e poi con piccoli attrezzi adatti, le “ mazzole “ di legno venivano colpiti su un terreno duro, su cui veniva steso il “ lenzuolo dell’aria ( aia ) o le “ salarde “ enormi drappi ricavati da tele di ginestra, con cui le donne anche “ ncarravano “, ossia trasportavano sulla testa il grano falciato e raccolto in “ gregne “ ( manipoli).

A Brancaleone i semi migliori delle cicerchie li aveva conservato Francesca Schimizzi, morta da poco più di anno, che ci teneva a conservare quelli che le aveva tramandato suo padre e quando seppe, due anni addietro, sul bus che nel mese di settembre ci portava ai bagni termali di Antonimina, che io mi occupavo di biodiversità e cercavo di convincere la gente ad usare i semi dei nostri territori, una mattina mi portò un dono bellissimo, costituito da più di un chilo di lenticchie piccole di Brancaleone e quando me le consegnò si prodigò in un sorriso raggiante.

Osservai le lenticchie e notai che erano costituite da semi di diversi colori: bianchi, marroncini, di colore verde pallido, screziati ecc.

Aggiunse che le cicerchie di colore chiaro producevano dei fiori candidi e tutti gli altri, fiori di un celeste molto tenue, talvolta misto al bianco.

I semi furono consegnati a Dino Audino e a Nino Sigilli di Siderno e furono seminati in un campo della stessa cittadina e ai primi di giugno le piante furono strappate e al tempo dovuto battute e ci fu un raccolto abbondante, in quanto da un chilo circa di semi, furono ricavati più di dieci chili di cicerchia.

Dino, per evitare che i semi fossero danneggiate dai tarli dei semi, li conservò nel congelatore per una decina di giorni.

Quest’anno egli assieme a Francesco, figlio di Rosanna Caruso di Canolo, che si sta impegnando a conservare le varietà dei fagioli del territorio ha ripiantato i semi, da cui si potranno ricavare una ventina di chili della cicerchia piccola di Brancaleone; quattro o cinque chili sono stati conservati per prudenza.

L’anno prossimo si tenterà di allargare il raggio d’azione e le cicerchie di Brancaleone, salvate da Francesca Schimizzi, saranno seminate nel campo di S. Vito, in provincia di Catanzaro, appartenente al giornalista di Rai 1 ed inviato speciale in zone di guerra, Francesco Brancatella che vuole dare un contributo allo sviluppo della propria terra, dedicandosi a salvare piante a rischio d’estinzione.


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