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Castagna di Mammola

Aggiornato il: 27 gen 2019




IL Castagno di Mammola

Castanea Sativa Miller

Si pensava che il castagno fosse originario dell’area pontica ( attorno al Mar Nero ) e che da tale area poi fosse stato diffuso verso ovest dai greci e poi dai romani, in aree circummediterranee, ma indagini scientifici recenti hanno scoperto che in epoche molto più antiche fosse diffuso anche più a nord , sempre in Europa, ma in periodi in cui il clima divenne più freddo, ci fu il suo arretramento verso climi più miti.

Senza dubbio sia i greci che i romani diffusero tale pianta per tanti usi: alimentare , per la costruzione di mobili, infissi, botti ecc. e successivamente , nel periodo bizantino, coloro che incrementarono la diffusione di essa furono i monaci basiliani che vissero in luoghi solitari, adatti alla preghiera, anche in piena montagna, dove impiantarono boschi di castagni e la prova più evidente l’abbiamo attorno a S.Giorgio di Pietra Cappa, dove esiste un vero e proprio parco di “ giganti “, riconducibili al periodo bizantino appunto.

In aree non lontane dai centri abitati montani o premontani, le piante che producevano castagne di piccola pezzatura, le “guzze”, erano state innestate con le varietà da frutto, le “nserte “ che portano nella denominazione l’azione dell’innesto ( in latino insero significa innestare ).

In alcune contrade montane dell’Aspromonte erano presenti delle varietà di piante di castagno che producevano frutti portentosi :in contrada S.Gianni del Comune di Bruzzano, sulle pendici del Monte Scapparrone, in contrada Santa Nice ( in greco nike significa Vittoria, quindi Santa Vittoria) nel comune di Africo, dove sorgeva secondo la tradizione popolare, un luogo di culto, probabilmente basiliano ,a poca distanza dal punto di convergenza dei comuni di Africo, Staiti, Bova ed in una contrada del comune di Roccaforte del Greco.

Non lontano da contrada S.Gianni esisteva un monastero bizantino e a poca distanza da esso un altro, sempre bizantino, dei Santissimi Anargiri ( Cosma e Damiano ) di monache specializzate in piante medicinali; quest’ultimo sorgeva all’incrocio del comune di Ferruzzano, Sant’Agata del Bianco e Bruzzano, dove sopravvivono resti imponenti di un edificio usato fino a circa sessanta anni addietro per ricovero di capre, chiamato appunto “crapariziu”.

Dai predetti indizi, tranne che per Roccaforte, le varietà straordinarie sarebbero state introdotte da monaci basiliani e dei frutti di essi , lo scrivente ha raccolto la testimonianza diretta: da parte del defunto poeta contadino Bruno Casile di Cavalli di Bova, che si recava con i suoi a Santa Nice a raccogliere castagne e la notte dormivano nel tronco cavo di un enorme castagno i cui frutti portentosi bisognava tagliarli in due perché non entravano in bocca, per essere addentati; la pianta è morta dopo un incendio.

Per i frutti del castagno di contrada S.Gianni di Bruzzano il testimone diretto, Giuseppe Palamara, abitante a Ferruzzano Marina, afferma che i frutti erano talmente grandi, che a mala pena si potevano addentare.

Su sua indicazione , lo scrivente recuperò le marze e praticò degli innesti a Ferruzzano circa 10 anni addietro , ma stranamente dopo due anni gli innesti seccarono ed allora si precipitò in contrada S.Gianni, ma la pianta era morta .

Dedusse poi che gli innesti erano seccati sui portainnesti, come pure la pianta madre, perché era

comparso il cinipide del castagno che sta massacrando i castagni, tranne quelli immuni ( i giapponesi della Castanea Crenata ibridati con i castagni francesi ).

Circa 13 anni addietro a Giuseppe Sculli di Ferruzzano fu regalato una pianta di castagno proveniente da Mammola che piantò in un podere del suocero e dopo tre anni cominciò a produrre frutti sbalorditivi ed alcuni di essi furono donati allo scrivente che ebbe allora la prova dei frutti mitici di cui sentiva parlare.

Volle allora pesare una castagna che risultò di 63 grammi e naturalmente la fotografò e successivamente andò alla ricerca della pianta madre a Mammola, girovagando dalla Limina ai boschi non lontani dal paese e servendosi di guide del posto, tra cui Francesco Cimino, gestore dell’ultimo mulino ad acqua del paese, senza risultati.

Quattro anni addietro Giuseppe Sculli comunicò allo scrivente che la sua pianta deperiva a vista d’occhio, nonostante che d’estate l’irrigasse abbondantemente.

Fu osservata attentamente e risultò essere devastata dal cinipide le cui galle avevano invaso tutta la pianta che aveva avuto una stasi nella crescita.

Fu indicato a Giuseppe il modo per ripulire la pianta dalle galle del cinipide che debbono essere asportate una per una e bruciate, prima della schiusa che avviene nel mese di giugno.

Il castagno, non più alto di 5 metri fu ripulito tranne che nella cima, dalle cui galle ripartono le infezioni, ma la pianta migliorò un po'.

Fu emergenza e cominciò la corsa per salvare forse l’unico esemplare rimasto di castagno speciale, praticando degli innesti a Rudina nel comune di Sant’Agata da parte di Alessandro Caracciolo e ad Aprigliano nella Pre Sila da parte di Luca Bruno e di un suo amico, mentre nell’area di Gioia Tauro alcuni innesti erano stati praticati dal prof. Cannavò dell’università Mediterranea di Reggio Calabria.

Aveva consegnato ai ragazzi di Aprigliano le marze, fatte venire da Ferruzzano, la dott.ssa Luisa Palermo, coordinatrice per conto del Movimento 5 Stelle, del tentativo di salvataggio di tante specie in estinzione della Calabria.

Sembrava scongiurato il pericolo per il Castagno speciale di Mammola, ma l’estate scarsa sono seccate le piante innestate a Rudina e quelle innestate ad Apriglano, dove forse è sopravvissuta una sola, a causa di un attacco massiccio di cinipide ; mancano notizie degli innesti effettuati nell’area di Gioia Tauro.

Di conseguenza non basta una ripulitura manuale, ma per combattere il cinipide è indispensabile l’antagonista naturale del cinipide stesso che è il Torimus, di cui pare che, già due anni addietro la Regione Calabria abbia effettuato dei lanci nei boschi di castagno.

Come si preparavano le castagne secche

Si mettevano le castagne in un recipiente pieno d’ acqua per mezza giornata ,di modo che morissero i vermi contenuti che erano in stato embrionale e poi venivano esposte al sole su graticci. L’essiccazione continuava ni zona areata.

Quando esse erano completamente asciutte, venivano battute con dei bastoni appositi per essere private della buccia esterna e della pellicola più interna.

Come si conservavano le castagne fresche fino a pasqua

Venivano fatte delle buche in terreni ben drenati profonde un metro e larghe altrettanto, di cui, il fondo e le pareti laterali venivano rivestite di paglia. Venivano in esse deposte le castagne, in strati, divisi da paglia a loro volta.

L’ultimo strato era abbondantemente coperto da paglia e da terriccio impermeabile che veniva pressato molto.