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Aglianica nera di Plenura

Aggiornato il: 29 gen 2019




Aglianica nera di Plenura

Vitis vinifera L.

Nell’estate del 2002 il defunto ispettore scolastico Domenico Raso di Cittanova, ma da tanto tempo residente a Reggio , mi consigliò di andare a perlustrare un’area viticola ormai in fase di totale abbandono, ma che nel passato era stata importantissima, situata non lontana da Cittanova, ricadente nel comune di Molochio, in contrada Plenura, termine derivante dal latino che indicava la ricchezza di quel territorio.

Cominciai a percorrere una sterrata sulla destra idrografica di una fiumara tracciata a distanza breve da una serie di vigne in fase ormai di abbandono e su indicazione precisa dell’ispettore contavo i cancelli in ferro che delimitavano le singole proprietà perché ad un determinato punto, mi sarei trovato di fronte a quello di Pasquale Postorino, ora non più in vita, a cui mi sarei dovuto rivolgere per avere notizie sulle varietà di viti della zona.

Arrivai al cancello designato alle nove circa del mattino e cominciai a guardare attraverso di esso, verso l’alto, dove su una serie di muri a secco, di pietra viva, si aprivano delle fasce dove erano pianate delle viti

L’andamento dei muri era semicircolare in quanto essi erano sviluppati a forma di teatro, con la parte iniziale e quella finale più vicini alla sterrata.

Il numero dei muri a secco era elevatissimo ed erano stati costruiti dall’inizio del declivio fino alla fine di esso su un dislivello di circa 80 metri ed in alto, sulle ultime fasce stava lavorando un uomo molto anziano.

Cominciai a chiamarlo a voce alta ed egli sentiva solo la voce ma non capiva cosa gli dicessi e alla fine mi urlò che sarebbe sceso ad aprirmi il cancello solo a mezzogiorno ed ancora erano appena le nove del mattino; aggiunse che egli soleva arrivare sul posto tra le sette e mezza e le otto.

C’era un signore nel campo accanto che mi si avvicinò e mi disse che si chiamava Rocco Delfino di Molochio, residente a Cittanova perché aveva sposato una cugina di Postorino.

Mi aprì il cancello e mi fece entrare nella sua vigna che era all’inizio del germogliamento, cominciando ad indicarmi le viti più importanti della zona, tra cui il Nigrufittu, la Malvasia, la Virdìa ecc., puntualizzando che ci trovavamo nel territorio di Molochio.

Cominciai a fotografare i germogli dei vari tipi di vite, pensando di ritornare per tutte le fasi, dal germogliamento alla maturazione dell’uva.

Alla fine ci salutammo e mi invitò a ritornare quando avessi voluto; naturalmente mi invitò a restare con lui per consumare assieme il parco cibo che aveva portato con sé.

Calcolai il tempo necessario perché le viti cominciassero a fiorire e ritornai sul posto, attorno alle sette del mattino, dopo aver attraversato lo Zomaro e mi recai di fronte al cancello di Delfino in attesa che arrivasse, ma ad un certo punto arrivò Postorino, accompagnato da un signore che subito andò via, dopo averlo fatto scendere dall’auto.

Si scusò per la volta precedente e mi disse che egli non sentiva bene e che nello stesso tempo, con fatica , per via dell’età e della cattiva salute ( aveva subito un intervento chirurgico al cuore ) era arrivato alle ultime fasce della vigna, operazione che compiva solo una volta al giorno, quando vi doveva lavorare.

Mi disse che gli aveva telefonato l’ispettore scolastico Domenico Raso, che lo aveva pregato di illustrarmi nel dettaglio le vicende connesse alla viticoltura di Plenura che poteva essere rappresentativa di tutta la viticoltura della Piana di Gioia.

Cominciò a parlarmi del suo passato e della sua vita trascorsa in prevalenza a Plenura, dove da giovane aveva conosciuto la fanciulla che sarebbe stata la compagna della sua vita; ella frequentava l’area in quanto suo padre aveva un campo ubicato sulla sinistra idrografica dello stesso fiume e quando la vide per la prima volta , semplice e bella, emergere dall’erba alta in primavera avanzata, gli parve una visione ed ebbe la fortuna di sposarla .

Emigrarono assieme in Francia e ad un certo punto, con due figli ormai grandi, vollero fare ritorno nella loro terra, lasciando con un certo rimpianto la nazione che li aveva ospitati per più di vent’anni; fra l’altro avevano vissuto in un distretto marittimo della Francia, in un’area quindi invidiabile sotto tutti i punti di vista.

Postorino cominciò a raccontarmi della sua vigna in generale, promettendo di evidenziarmi i dettagli legati alla vinificazione in agosto avanzato, quando l’uva appariva in tutta la sua bellezza.

Gli chiedevo notizie anche su arbusti e piante che crescevano a ridosso della vigna e la mia attenzione fu attirata da una pianta alta dai piccoli fiori rossastri che egli chiamò “ rosangiara “ che io identificai con la fusaggine o beretta del prete ed ebbi la conferma alla mia ipotesi quando egli mi disse che dai rami diritti della pianta ricavavano il fuso per filare la lana, la ginestra , il lino e la seta.

Aggiunse con una certa ritrosia che da tale essenza venivano ricavate anche le “sticche “ ossia delle liste strette e levigate che avevano la funzione di reggere il busto delle donne che non usavano ancora il reggiseno.

In agosto, quando le uve apparvero nel loro splendore, anche se ancora non erano mature, mi cominciò a passare in rassegna le varietà e l’uso che se ne faceva quando egli era giovane.

Ecco le uve del Nigrufittu, il più importante del territorio, che in mescolanza con le uve della Prunesta, con la Malvasia nera, con l’Aglianica nera , con il Gagloppo di Scilla e con il nerello di Scilla, davano un ottimo vino, robusto e molto sapido.

Dalle uve dall’Aglianico nero, vinificate in purezza o mescolate con quelle della Malvasia nera, nasceva un vino leggermente abboccato dal colore rosso rubino scuro, con riflessi violacei, abbellito da delicati aromi.

Raccontava inoltre che i grappoli dell’Aglianico difficilmente sono attaccati dalle malattie, in quanto sono piccoli, dagli acini radi bluastri, anche se appaiono cosparsi di una patina bianca ( pruina ).

Dal nome, spiegai, che il vitigno sembrerebbe d’origine greca, ( Aglianica da ellenicòs-greco) ed egli aggiunse: “ ma allora è vostro, perché noi della Piana chiamiamo voialtri della Jonica greci, omettendo di riferire un proverbio legato al giudizio degli abitanti della Piana nei riguardi dei “ greci “ della costa ionica.

Orlando Sculli